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A chi giovano gli OGM?

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ALIMENTAZIONE

Pubblicato su "Stargate Magazine" nell'aprile 2003

Chi non ha sentito parlare, oggi, dei famigerati OGM? Tale inquietante sigla sta per Organismi Geneticamente Modificati, alimenti, quindi, che a livello di struttura genetica hanno subito una particolare trasformazione. Si tratta di una trasformazione radicale chiamata “eterodossa” – in quanto proveniente dall’esterno – in grado di modificare organismi evolutisi nel corso di millenni, se non di milioni di anni.
Tecnicamente può avvenire in due modi: attraverso l’introduzione di un gene estraneo che attiva, combinandosi con l’organismo ospitante, alcune caratteristiche, oppure, al contrario, producendo la disattivazione di un certo gene nell’organismo stesso. Quest’ultimo prende il nome di procedimento KO.

I RISCHI DEL BUSINESS
Gli interrogativi suscitati dalla produzione di OGM investono diversi aspetti, su tutti  impera la questione economica. Le aziende che attuano il processo di modificazione mettono una sorta di copyright sulle sementi in oggetto che si traduce in un ulteriore pagamento da parte degli agricoltori al momento dell’acquisto. A ciò si aggiunga l’esistenza del cosiddetto “principio Terminator”, i cui diritti sono detenuti dalla Monsanto, in base al quale le sementi, in seguito al trattamento subito, divengono infeconde, ossia sterili. Così, chiunque voglia ripiantare quei semi dovrà ricomperarli ogni stagione dai produttori. Un meccanismo di dipendenza che ha il sapore di una moderna schiavitù, di tipo economico, della quale si hanno i primi esempi in Africa, Asia, India.
Un altro problema sollevato dagli OGM è inerente alla questione sanitaria. L’ingegneria genetica, a differenza dell’ordinario processo riproduttivo nel quale il patrimonio genetico viene tramandato in linea verticale di padre in figlio, attua la trasmissione orizzontale dei geni da un individuo appartenente ad una certa specie ad un altro di diverso genere. Tale trasferimento viene effettuato grazie ad un processo del tutto affine all’infezione e produce effetti irreversibili che vengono tramandati in modo congenito, ossia, una manipolazione che entra a tutti gli effetti a far parte del patrimonio ereditario dell’individuo. Con questo metodo, quindi, organismi appartenenti ad una certa specie possono ospitare geni di una specie biologicamente molto lontana, ciò che in natura non potrebbe mai accadere; possiamo assistere così al trasferimento di geni di origine animale nel DNA di specie vegetali o all’inserimento di geni umani nel DNA di specie animali. Ma, cosa accade alla nostra salute quando ci nutriamo di tali organismi? La presenza di geni sconosciuti nei vegetali dei quali ci alimentiamo, può costituire la causa di pericolose intolleranze alimentari in quanto l’organismo, per via del proprio processo di sviluppo, non riesce ad identificare tali geni derivanti da specie diverse e, quindi, li rigetta. Ciò debilita il fisico in quanto l’apparato immunitario è impegnato ad eliminare gli ignoti geni aggressori. Questo processo conduce inevitabilmente ad una condizione di immunodeficienza.
Vari esperimenti condotti in Gran Bretagna hanno evidenziato gli effetti degli alimenti contenenti OGM sul processo digestivo di alcuni animali. Ne è risultato, appunto, un indebolimento dell’apparato immunitario, l’atrofia di importanti organi quali il cuore, il fegato, il pancreas, l’allungamento di una parte dello stomaco, nonché l’arresto dello sviluppo fisico e cerebrale. La fonte di maggiore preoccupazione, risiede nel processo utilizzato dall’ingegneria genetica che si serve di virus e batteri quali mezzi di trasporto dei geni in linea orizzontale da individuo ad individuo, in grado di penetrare nelle cellule valendoi dei loro mezzi per accrescersi e, così, introdursi nel loro DNA. La trasmissione dei geni tra specie molto distanti fra loro, comporta, inoltre, l’abbattimento degli sbarramenti posti dalla natura; infatti, gli agenti infettivi sono strutturati in modo tale da attaccare unicamente le specie di appartenenza; così, ad esempio, i virus della mucca infetteranno solo questa razza animale e non l’uomo. Tali agenti infettivi, una volta introdotti, assieme ai nuovi geni, nel DNA e nelle cellule dell’organismo ospitante, si accresceranno nel corpo dell’essere umano causando oltre che gravi infezioni la rinascita, scientificamente provata, di alcune patologie infettive. Un fenomeno, quest’ultimo, che si prevede si espanderà in concomitanza con l’incremento della produzione di alimenti OGM. È infatti accertato che il DNA delle cellule vive o morte non si disgrega nell’intestino così velocemente come normalmente ritenuto, i geni in esso contenuto, quindi, sono in grado di propagarsi ai batteri dell’intestino ed alle cellule dell’essere vivente che ingerisce alimenti transgenici. Fa riflettere, poi, il fatto che i nuovi geni introdotti non si collocano nel DNA che si intende mutare in punti prestabiliti, ma vi si sistemano in modo del tutto casuale sfuggendo, così, ad ogni sorta di controllo, ciò provoca conseguenze analogamente imprevedibili quali tossine ed allergeni (sostanze che cagionano le allergie) nelle piante e cancro nelle cellule dei mammiferi.

COSA ACCADRA’ ALL’ECOSISTEMA?
La terza questione relativa alla produzione di OGM è quella di natura ambientale. Il processo di sviluppo biologico possiede tempi lentissimi che, già normalmente, sono immensamente più lunghi di quelli storici inerenti l’attività antropica. L’ingegneria genetica allarga ulteriormente questo sfasamento temporale in quanto modifica cicli biologici formatisi in milioni di anni. Se, ad esempio, si apporta una trasformazione genetica ad una pianta per renderla maggiormente resistente all’attacco di determinati insetti, questi ultimi periranno e ciò determinerà l’inizio di un’allarmante sequenza di eventi biologici che la natura non sarà più in grado di interrompere. Il processo di evoluzione naturale necessita, infatti, di estesi tempi per potersi adattare a modificazioni così profonde e ciò potrebbe comportare la scomparsa di alcune specie animali ed altri gravissimi danni all’ecosistema.
È il caso , ad esempio, della farfalla monarca, a rischio per causa del granoturco geneticamente modificato. I ricercatori della Iowa State University, i quali hanno lanciato l’allarme, hanno raccolto alcune foglie del cotone egiziano, pianta di cui si ciba il lepidottero, sulle quali si era posato il polline proveniente da un’attigua piantagione di granoturco transgenico. Mettendo il contatto queste foglie con alcune larve della farfalla, l’equipe ha verificato che: il 20% delle larve è morto dopo due giorni, mentre la metà dopo cinque giorni. I giganti dell’industria chimica giustificano il loro inserimento nel settore dell’agro-biotecnologia con falsi principi, quale quello della sostenibilità ambientale, concetto secondo il quale piante geneticamente più resistenti porterebbero alla riduzione dell’uso di erbicidi ed insetticidi. Ma, a differenza di quanto promesso all’opinione pubblica, l’ingegneria genetica sta incrementando la produzione di erbicidi ed ha ottenuto l’innalzamento dei livelli accettabili dei residui di tali prodotti negli alimenti OGM. Ciò in quanto le piante geneticamente modificate in tal senso possono essere trattate con dosi molto elevate di prodotto riuscendo a sopravvivere. Non è un caso che le industrie chimiche produttrici di OGM siano anche quelle che producono gli erbicidi; tra di esse, ancora una volta, la Monsanto costituisce un esempio eclatante.
Appare lampante, alla luce delle precedenti considerazioni, lo scopo di tale meccanismo che, in realtà, è finalizzato a far vendere più erbicidi. Tale supposizione è provata dal fatto che negli USA, le sementi transgeniche sono vendute con un contratto nel quale si stabilisce che gli agricoltori che usano erbicidi non derivanti dalla ditta produttrice delle sementi manipolate, possono essere perseguiti per legge. Nel contratto, inoltre, viene fatto totale divieto agli agricoltori di conservare i semi provenienti dal raccolto per riutilizzarli l’anno seguente.
Per di più, l’ingegneria genetica sta causando la resistenza agli insetticidi di alcune specie di invertebrati. Infatti, è stato inserito in alcune piante il gene del “bacillus thuringensis”, un batterio che funziona da insetticida naturale raramente utilizzato e molto efficace. Queste nuove piante OGM possiedono l’attitudine genetica a produrre tale insetticida: ciò significa che gli insetti sono continuamente esposti ad esso e dunque possono sviluppare una resistenza nei suoi confronti. Ciò conduce ad un ritorno nelle colture all’uso delle sostanze chimiche, ossia al fallimento delle aziende del biologico ed all’aumento dei prezzi dei prodotti biologici. Nonostante ciò, l’EPA, l’Agenzia per la Protezione dell’Ambiente statunitense, ha autorizzato la coltivazione commerciale di tali nocivi organismi transgenici.
Come abbiamo visto nel caso della farfalla monarca, è stato provato che gli OGM rilasciati nell’ambiente possono interagire con altri esseri viventi con conseguenze devastanti, possono proliferare e trasmettere le proprie peculiarità genetiche. I geni in essi inseriti possono trasferirsi, mediante il polline, in piante anche distanti centinaia di metri, incrociandosi con queste e contaminando, così, gli alimenti.
Anche diverse specie di pesci subiscono attualmente il processo di manipolazione genetica. Ad esempio, nel DNA del salmone è stato introdotto un gene dell’ormone della crescita. Il risultato di tale intervento è un pesce la cui lunghezza, nel primo anno di vita, è superiore di ben 50 volte quella di un normale esemplare, ed il cui peso supera di più di cinque volte quello ordinario. Tale super-salmone può comportare per l’ecosistema un effetto catastrofico, se solo si considera s’assai più elevato bisogno di cibo avvertito da quest’ultimo correlato alle sue gigantesche dimensioni.
occorre, poi, prendere in considerazione l’aspetto relativo alla biodiversità. Ogni anno si estinguono sul nostro pianeta circa 30.000 specie viventi. Questo processo, per la verità, ebbe origine con il sistema agricolo dell’ultimo secolo incentrato sulla diffusione delle monocolture in grado, queste ultime, di ottenere massicce produzioni a costi di gran lunga minori, in un meccanismo di sostanziale standardizzazione agricola. Secondo la FAO, solo nell’ultimo secolo è stato perso il 75% delle varietà arboree. La biotecnologia, a causa dell’introduzione di specie estranee all’ambiente, aggrava ancora di più questa preoccupante tendenza verso la riduzione della biodiversità, ossia della diversità delle specie viventi.
Gli OGM, infatti, costituendo nuove specie, una volta rilasciati nell’ecosistema, sono in grado di compromettere i delicati equilibri naturali della Terra. Inoltre, l’orientamento delle multinazionali del settore agro-biotecnologico è diretto a creare, come attuato in precedenza dalla cosiddetta “rivoluzione verde”, un vasto mercato internazionale per un unico prodotto, conducendo inevitabilmente verso l’uniformità genetica del comparto agricolo. Tale uniformità determina la fragilità delle coltivazioni, in quanto la presenza di parassiti e di malattie è maggiore nei terreni dove è coltivata una sola specie arborea per tutto l’anno.

COSA FARE?
L’avanzamento dell’ingegneria genetica si basa sui supposti benefici futuri derivanti dalle colture geneticamente modificate, in termini di produzione e quindi sulla risoluzione del grave problema delal fame nel mondo. Ma, diverse statistiche effettuate sui raccolti di vari paesi, hanno evidenziato, a causa delle perdite subite, l’insufficiente attendibilità di tali generi di colture alla quale la stampa internazionale non ha posto obiettiva attenzione. Per giunta, il problema della malnutrizione nel mondo non può essere risolto dalla biotecnologia in quanto è l’iniqua distribuzione del cibo che permette che milioni di persone muoiano di fame: secondo il Programma Mondiale delle Nazioni Unite, infatti, attualmente si produce più cibo di quanto necessario per sfamare tutti gli abitanti della Terra. Il vero problema sono le disuguaglianze sociali mantenute in vita da Governi ed industrie complici, ed a causa delle quali, ancora oggi, più di una persona su sette soffre la fame. Per ciò che concerne il profilo legale della questione, la direttiva CEE n.44 del 1998 sulla “protezione giuridica delle invenzioni bio-tecnologiche” approvata in sede europea, è stata recentemente recepita anche in Italia grazie allo strumento tecnico del Collegato alla Legge Finanziaria eludendo, in tal modo, il dibattito parlamentare su un argomento di tale importanza sociale.
La direttiva in oggetto costituisce un lasciapassare per la brevettabilità del vivente e contrasta con l’essenziale”principio di precauzione” decretato dal Trattato fondamentale dell’Unione Europea, il quale afferma che prima di porre sul mercato un prodotto è necessario essere certi della sua innocuità. Concludiamo, quindi, ribadendo ancora una volta la reale origine del fine che motiva lo sviluppo della biotecnologia, ravvisabile unicamente nel conseguimento in breve tempo da parte dei colossi dell’industria, di un incremento delle rese e dei margini di utile. Per il raggiungimento di tali scopi è necessario considerare la natura solo come una risorsa da dominare, sfruttare, manipolare a piacimento e forzare non tenendo conto delle complicate ripercussioni ecologiche e di quelle inerenti la sostenibilità di lungo termine. Il fatto che l’ecosistema e tutti noi, inconsapevolmente, siamo soggetti, a causa dei cibi transgenici, a rischi di tale portata, prova, senza ombra di dubbio, che nell’attuale società la scienza è asservita all’interesse ed al potere di pochi totalmente indifferenti al diritto alla vita e alla salute che spetta ad ogni essere vivente. Come possiamo, alla luce di questo spaventoso scenario, liberarci di tale crudele sistema? L’unico valido mezzo, a nostro parere, consiste nello sviluppo dell’aspetto culturale ed educativo nel quale sono impegnate le varie associazioni ambientaliste ed i diversi gruppi di opinione e che può essere correttamente sostenuto solo grazie alla diffusione delle notizie, alla presa di coscienza collettiva, al dialogo, alla chiarezza ed, in ultima analisi, all’aumento della consapevolezza di ognuno di noi, esseri pensanti ed artefici della propria vita.

SI INTENSIFICANO GLI ESPERIMENTI BIOTECH
Dopo la serie di interventi su diverse specie vegetali allo scopo di aumentarne la resistenza agli agenti esterni, naturali o meno, assistiamo oggi per motivi strettamente economici all’intensificazione degli esperimenti genetici anche in campo animale. È il caso di nove bovini neozelandesi sottoposti a modificazione al fine di ottenere un latte con un maggiore contenuto di caseina (dall’8 al 20% in più) in grado, quindi, di trasformarsi nei suoi derivati in un tempo notevolmente minore. Un processo che è stato realizzato in due fasi, prima modificano il DNA degli esemplari poi clonandoli per mantenerne intatte le caratteristiche ottenute.
Lino Loi, dell’Università di Teramo, responsabile dello studio sulla clonazione a scopo conservativo del muflone sardo (l’esemplare del test è rapidamente deceduto) si è mostrato dubbioso. Egli afferma: “Personalmente non condivido queste linee di sperimentazione. Creare del transgenico per migliorare le qualità organolettiche non è una necessità…”, ponendo però l’attenzione sulla valenza dell’applicazione del biotech in medicina.
Ma oltre alle mucche è in fase di sperimentazione la trasformazione genetica di capre nigeriane, alle quali sono stati inseriti nel DNA i geni di un ragno al fine di donare al latte le qualità proprie delle ragnatele, una straordinaria elasticità utile per produrre tessuti particolari. Anche nelle specie vegetali continuano i test OGM (sigla che definisce gli organismi geneticamente modificati), fra cui il riso Carnaroli e vari tipi di vite, al fine di rendere immune la razza umana che si nutre di tali elementi contenenti il virus affievolito.
Di fronte a tale ricchezza di prodotti di laboratorio, nasce la necessità - come segnalato dal ministro per le Politiche Agricole Gianni Alemanno – di salvaguardare le categorie alimentari italiane dal pericolo dei brevetti OGM. Si tratta di una dura lotta di fronte a chi – come Sergio Dompé, presidente dell’Associazione Italiana per lo Sviluppo delle Biotecnologie (Assobiotec) – afferma l’utilità di tale tipo di intervento per contribuire a sconfiggere la fame nel mondo. A riprova di ciò basta dare un rapido sguardo alle cifre relative al fenomeno: circa 1600 le aziende di biotech in Europa e quasi 1400 negli USA, 52 milioni di ettari l’estensione di territorio destinato alle coltivazioni OGM nel pianeta, 100 i farmaci di derivazione biotech già in vendita e 400 in preparazione, 70% la quota dei terreni a colture OGM presente negli Stati Uniti. Un vero business.

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