Vai ai contenuti

INTERVISTA A ENZO BRASCHI

interviste

ENZO BRASCHI: UNA GRANDE ANIMA LAKOTA


Scopriamo dalle parole di questo straordinario ed eclettico personaggio i valori fondamentali appartenenti alla cultura dei Nativi Americani, oggi riscoperti dalla scienza di frontiera, che solo uno "spirito" così profondo può aiutarci a comprendere.

di Valentina Ivana Chiarappa

I giovani dei celebri e sfolgoranti anni ’80 se lo ricordano ancora come il simpaticissimo "paninaro" del programma televisivo Drive In. Accattivante, affabile, dallo sguardo aperto e pacifico, Enzo Braschi, noto attore televisivo e cinematografico, rilevante protagonista dell’arte cabarettistica dagli anni Sessanta in poi, filosofo esperto della spiritualità dei Nativi Americani, rileva in questa eccezionale intervista la sua vastissima conoscenza della cultura di questi antichi e saggi popoli. Autore di numerosi libri e documentari di successo relativi a tale cultura, Braschi ha dedicato grande impegno alla salvaguardia ed al riconoscimento della memoria, della storia e dei valori dei Nativi Americani ottenendo un pubblico encomio dall’Ordine dei Frati Minori. Ma leggiamo dalle sue stesse parole, da cui traspare la profonda sensibilità spirituale ed umana di questa meravigliosa "anima", le grandi ed invariabili verità che da lontano tempo ci comunicano gli originari abitanti delle Grandi Pianure del Nord America.

Com’è iniziato il percorso di ricerca che l’ha condotta alla sua attuale attività ed al suo impegno nel divulgare la cultura del popolo dei Nativi Americani?
Comincia molto presto, fin dall’infanzia, in quanto non mi soddisfaceva l’immagine che  il cinema western dell’epoca dava dell’indiano cattivo, selvaggio, assassino e delle giacche blu, latrici di civiltà. Vedevamo individui che fieramente, misticamente si fondevano con la natura, sul loro cavallo, adorni di penne d’aquila e poi vedevamo gente che uccideva, sterminava bambini, passava le nottate nei bordelli, magari delle città di frontiera … quindi, la cosa mi convinceva poco. Questa passione, che nasce dall’amore non indotto da nulla ma proprio spontaneo, mi ha portato ad interessarmi a questa cultura, mi sono laureato con una tesi sui Nativi Americani, sono stato invitato da loro ed ho preso parte a molte cerimonie sacre, danze del Sole. Mi è stato dato un nome perché ho avuto una visione in ottemperanza proprio a quella che è la filosofia ed il modo di vivere degli indiani … e questo mio amore per i Nativi Americani non finisce più, va avanti!
La società di oggi è di tipo capitalistico, vince il più forte ed il più ricco. La società dei Nativi Americani era invece basata sulla cooperazione, sull’altruismo, sul senso di appartenenza al gruppo. Molti affermano che il futuro del mondo si basi anche sul ritorno a queste tradizioni. Lei cosa ne pensa?
Il ritorno a queste tradizioni è profetizzato da Maya, Aztechi, Cherokee, Hopi del sud-ovest americano, quindi è giusto che sia e sarà così, è ineluttabile, karmico. Ci fu un grande leader, un attivista dei diritti civili dei Nativi Americani, Russel Means, che negli anni Ottanta fece un discorso memorabile nel quale disse: "Il Capitalismo ruba a tanti per dare a pochi, il Comunismo ruba a pochi per dare a tanti ma, alla fine, tutto va a detrimento di Madre Terra perché si basa sullo sfruttamento senza limite dalla Madre."
Madre Terra, per gli indiani, è ciò che ci ospita, la Madre che ci dà da vivere e l’essere umano, al pari degli animali, degli alberi, del cielo, delle nuvole, dell’erba, delle pietre, è uno dei tanti anelli dell’infinita catena che è la Creazione. Ragion per cui, poiché tutti facciamo parte di un unico Uno perché, come diceva, per esempio, Alce Nero - un leader, un grande Wachacha Wakan, uomo sacro dei Lakota, popolo che noi chiamiamo volgarmente Sioux- è l’ignorante che vede più cose laddove ce n’è una; si tratta di vari aspetti di un’unica realtà. Noi occidentali categorizziamo, abbiamo una cultura aristotelica: il buono, il cattivo, il bello, il brutto, l’uomo, la donna; il Nativo Americano dice "ciò che è bello per me, può essere non bello per te, ma sono due aspetti o infiniti aspetti di un’unica realtà". Tutto deriva dall’Uno, da quello che noi chiamiamo Dio e che altri chiamano il "Tao" o Allah ma che è la Creazione.

A proposito di Uno, negli ultimi anni si sta sempre più evidenziando un’apertura mentale verso la coesistenza armoniosa e, in effetti, i Nativi Americani prevedono che la cultura occidentale riuscirà a superare l’individualismo estremo che la caratterizza per riscoprire i principi di cooperazione e di condivisione su cui si basavano quelle antiche civiltà. Sappiamo che la strada è ancora molto lunga e che vi sono diversi ostacoli, Lei come vede questo percorso?
Io vedo che, così come dopo tempi immemorabili sono crollati grandissimi imperi, in poco tempo la stessa cosa possa e stia avvenendo a noi. Tante certezze, valori, punti di riferimento, paradigmi che sembravano incrollabili si sgretoleranno e lo stanno già facendo molto rapidamente, per cui credo che arriveremo in tempi abbastanza brevi a ristabilire un ordine morale, mentale, filosofico, spirituale, sociale. Lo vediamo già attualmente: crollano i sistemi economici e i sistemi politici, il denaro ha sempre meno valore e sempre più si affaccia, pressante, il problema della salvaguardia che noi riferiamo all’"ambiente" ma che non è la salvaguardia dell’ambiente, è la salvaguardia per noi e per le nuove generazioni che verranno.

Ci può parlare del Grande Spirito che per i Nativi Americani costituiva l’origine dell’intero Universo?
Io ho molta familiarità con la cultura dei Lakota che per noi nel cinema western sono i Sioux e che invece vengono chiamati Lakota-Dakota-Inakota, cioè la popolazione originaria del sud Dakota, Nord Dakota, ecc. Per questo popolo quello che noi definiamo Grande Spirito è "Wakantanka" ma, in realtà, è erroneo definirlo Grande Spirito. Wakan Tanka significa Grande Mistero, all’inizio è il Grande Vuoto, non c’è nulla e c’è il Tutto. Wakan Tanka ha una sua emanazione che si chiama Enya, la roccia, che dà la vita, dà tutto il suo sangue blu per creare la vita: genera la terra (Maka), l’acqua (Miki), il cielo (Mapiato) ed estingue per questo tutte le sue energie, tutto il suo sangue blu.
In soccorso viene un’altra emanazione che sono gli wakinian, che portano il nome del padre in sé wa-inian. I wakinian sono gli uccelli del tuono, Uno e molti, che propagano la vita: animali e lo stesso essere umano. Tutto è correlato, tutto è Uno: questo è il Grande Spirito. Wakan significa "ciò che io non posso capire": wakan sono le stelle perché sono sacre, perché non posso capirle, non posso sapere cosa sono ma ci sono. Ma Wakan, per esempio, nell’accezione più ampia, può essere il whisky, l’acqua sacra, perché? Perché il Nativo Americano non riusciva a capire come un liquido che apparentemente era simile all’acqua, potesse alterare la sua coscienza in modo così veloce e spesso devastante. Quindi, tutto ciò che è inspiegabile è sacro ed è wakan, questo ci fa anche afferrare una cosa molto importante: il grande rispetto che il Nativo Americano aveva per quello che non capiva, al contrario del nostro modo di vivere che non rispetta ciò che non comprende o che crede che la nostra cultura sia così superiore da poter fare a meno di abbassarsi a capire quella degli altri.

Uno dei principi fondamentali della cultura dei Nativi Americani è il culto della parola data, cioè della verità, in quanto colui che avesse mentito lo avrebbe fatto all’intera comunità e dunque dire menzogne era considerato un grave reato.
Il Nativo Americano diceva la verità perché la giustizia, l’onore e la rettitudine erano il suo unico modo di essere. Doveva prima di tutto comprendere e vivere nel rispetto di se stesso perché questo rappresentava il rispetto degli altri e di tutto ciò che lo circondava. Sarebbe stato vergognoso mentire, il Nativo Americano si sconvolgeva e credo si sconvolga ancora oggi alla constatazione del fatto che noi occidentali diciamo una cosa e ne pensiamo un’altra. Noi siamo questo: promettiamo e non manteniamo, amiamo ciò che distruggiamo e distruggiamo ciò che amiamo. Il Nativo Americano aveva orrore e ce l’ha ancora di queste cose perché grazie alla rettitudine, poter guardare negli occhi sapendo di aver detto la verità, era l’unico modo per il quale poteva concepire se stesso all’interno della Creazione.

In passato sono state messe in atto molte azioni in nome della civiltà e del progresso, anche deprecabili come lo sterminio delle popolazioni dei Nativi Americani ad opera dell’uomo bianco. Secondo Lei siamo davvero più civili nell’attuale epoca piuttosto che 500 anni fa? E a quale risultato ha portato questa lotta per il progresso considerando il fatto che oggi, la cultura occidentale, si sta faticosamente avvicinando agli ideali di questi popoli?
Be’, in questo momento si stanno combattendo trenta conflitti nel mondo un po’ ovunque: Africa, Cecenia, Sri Lanka, quindi, se una volta si parlava di Prima Guerra Mondiale, Seconda Guerra Mondiale, dagli anni Cinquanta in poi le cose sono cambiate, si sono spezzettati i conflitti in modo che potessero dare meno nell’occhio. Questa è la politica ed i trenta conflitti, ogni anno, si portano via dieci milioni di persone. Non dimentichiamo poi che ogni tre secondi - e questo è ancora più triste ed agghiacciante - muore un bambino di fame, e sono altri 10 milioni di persone che svaniscono. Se calcolate che questo processo sta andando avanti da diversi decenni, credo che non abbiamo fatto grossi passi da gigante nel progresso e nel nostro concetto di civiltà, penso invece che, appunto, abbiamo reso più nascosto quello che, in realtà, continuiamo a perpetrare da sempre.
Ricordiamo, inoltre, che nei confronti di Madre Terra stiamo compiendo misfatti inenarrabili: il 40% delle terre coltivabili sono a rischio di danno irreversibile, 13 milioni di ettari di foreste se ne vanno ogni anno, il 40% dell’Artico, delle calotte polari, si è sciolto negli ultimi quarant’anni e il 20% della popolazione mondiale sfrutta l’80% delle risorse del pianeta; quindi, questo, non credo che sia un bel record. Penso che i Nativi Americani, come qualunque altro popolo arcaico, non si sognerebbero minimamente di agire come facciamo noi anzi credo che siano sbigottiti del fatto che noi, in nome di Dio, del divino, di ciò in cui crediamo più alto e più elevato, non rispettiamo la sua Creazione, le sue opere. È una forma di schizofrenia, di pazzia che rischia di portarci alla fine, ahimè.

La società moderna tende a vedere la vita in modo lineare, quindi ogni cosa ha un inizio ed una fine, mentre per le culture antiche, tutto è ciclico. In particolare, il tempo ciclico, presuppone una visione olistica della vita. Ci può spiegare meglio questo concetto?
Mi piace citarvi questo esempio che penso sia molto efficace per farci capire le cose. Noi abbiamo un’idea del tempo di tipo lineare: passato, presente, futuro, come una freccia che va in avanti, e diciamo "il passato lo conosco, è dietro le spalle, il futuro mi sta davanti". Il Nativo Americano parte dal presupposto che tutto è ciclico, compreso il Tempo. Il Tempo è un cerchio, per cui il passato, in quanto lo conosco, ce l’ho davanti, il futuro, in quanto non lo conosco, ce l’ho dietro e prima o poi m’arriverà davanti. Questo perché si parte da assunti molto logici: tutto è circolare: le stelle, il Sole, la Luna, la Terra. Le quattro età fanno un cerchio così come le 4 direzioni e i 4 angoli dell’Universo che è circolare, ragion per cui anche il Tempo deve essere circolare, nel senso che si ripete benché sempre in modo diverso: abbiamo primavera, estate, autunno, inverno ogni anno ma non saranno mai gli stessi, però creano un cerchio come la primavera, l’estate, l’autunno e l’inverno della nostra vita, ovvero le 4 età.
Questa circolarità fa sì che l’Indiano, il Nativo Americano veda tutto correlato e tutto riportabile all’Uno, all’Unicità, siamo noi che abbiamo spezzato, che abbiamo creato le differenze, abbiamo parcellizzato ed è questo che ci procura infelicità perché non ci rispecchiamo mai in ciò che ci circonda ma ne siamo sempre separati. Io credo che comunque, ormai, sia destino che tutti si torni ad essere uomini arcaici. Se non saremo noi a capirlo con la logica, sarà Madre Terra col suo comportamento a farci capire che se ammazzo una farfalla a Parigi, pioverà a Pechino, perché questo sta già succedendo sotto i nostri occhi ormai da tempo. Sta a noi avere la percezione di comprendere che non possiamo più ignorare questi assunti e, quindi, credo che consapevolmente - poiché sono abbastanza fiducioso che l’Uomo non sia del tutto pazzo - arriveremo prima o poi a ristabilire questo ordine nel caos.

L’attuale società è basata sul dualismo denaro-felicità, anche su questo argomento i Nativi Americani possono rappresentare un insegnamento per noi, infatti essi non consideravano il denaro e non concepivano l’idea di proprietà relativamente a ciò che non poteva essere trasportato. Cosa ne pensa?
Cavallo Pazzo disse un tempo: "non si vende la Terra sulla quale il popolo cammina"; noi l’abbiamo fatto e continuiamo a farlo. I Commissari di Washington, a danno dei Nativi Americani, dissero: "dovete venderci le colline nere" perché  scoprirono che c’era l’oro che per loro contava più della vita. Noi stiamo continuando a fare la stessa cosa ma credo però che questo paradigma stia tramontando, anche perché oggi ci rendiamo sempre più conto che il denaro è virtuale che, effettivamente, col denaro non compri la tua sicurezza, la tua stabilità, la tua felicità, non compri la vita, non la compri più, non la puoi più barattare con quello che è il vero senso dell’esistenza ossia il rispetto, la percezione di correlazione con tutte le altre cose.
Per cui io credo che stia tramontando l’idea di egoismo, di avidità, di successo che contraddistingueva il nostro mondo fino a qualche anno fa e stia, invece, affacciandosi sempre di più l’idea di un mondo diverso, che sia fondato non più sulla paura perché è la paura che alimenta questo modo di vivere ed è stato intelligentissimo il sistema ad inocularcela: la paura dell’altro perché ha la pelle diversa, dell’altro perché professa una religione diversa, dell’altro perché ha meno soldi o è povero. La paura tramonterà - e deve essere per forza così - allorché ci renderemo conto che, vincendola, tutti ci rimpossesseremo di noi stessi e sarà finito il tempo in cui andiamo a cercare Dio al di fuori. Sta nascendo l’epoca in cui dobbiamo ritrovare la spiritualità all’interno di noi stessi, e se non lo faremo sarà Madre Terra a farcelo capire.

Diverse ed antiche culture, tra le quali quella Maya e quella dei Nativi Americani, sostenevano che il 21 dicembre 2012 sia stato un cambio d’epoca con una presa di coscienza che ci porterà ad una nuova consapevolezza. Cosa significa, in realtà, questo momento?
Significa moltissimo. I Nativi Americani dell’America del Nord e dell’America Centrale, quindi gli Hopi, per esempio, hanno un corpo profetico vastissimo composto da Profezie che sono state date loro dal Cacina. I Cacina sono i messaggeri del Popolo Delle Nuvole, poi abbiamo i Maya, gli Aztechi, che hanno il famoso calendario e profezie che riguardano la fine del nostro mondo per il 21 dicembre del 2012. Non è la fine del mondo, è la fine di un mondo, la fine di un modo di vivere, di un modo di pensare, di un modo di agire. Gli Hopi dicono: "prima di questo mondo, ce ne sono stati altri 3", abbiamo raggiunto grandi apici e grandi crolli, ogni volta è come una sinusoide, va su e va giù. Questo momento chiude anche una precessione equinoziale di 26.000 anni in un lungo anno, in un anno che i Maya reputavano e consideravano come la fine di un’epoca e l’inizio di un’altra.
Ciò vuol dire che i Maya, come gli indiani del Nord America, pensavano che la Valle dei Nove Inferni - così la chiamavano - che inizia nel 1492, sia al tramonto e stia iniziando, dal 21 dicembre (simbolicamente) in avanti, il Tempo dei 13 cieli, un momento in cui, appunto, tramontano tutti i vecchi valori - e questo è, ormai, sotto i nostri occhi tutti i giorni - e inizia un mondo nuovo fatto di spiritualità, di correlazione. Le armi che armeranno la pace, in questo nuovo mondo, saranno la compassione, la connessione, il rispetto, il senso di appartenenza, tutto quello che abbiamo dimenticato in funzione di una civiltà basata sull’individualismo e sul materialismo più sfrenato, "valori" che ormai sono al tramonto. Dobbiamo aspettarci, però,  che questa fine di un’epoca comporti squilibri e cataclismi ed anche di questi ultimi stiamo facendo esperienza. Basti pensare ai picchi di macchie solari, la NASA stessa ci sta dicendo di prepararci perché tempeste magnetiche potranno mandare in tilt i trasformatori e, quindi, dovremo vivere in funzione dei grandi cambiamenti che si stanno verificando. D’altronde, come sotto così sopra, ciò che sta accadendo a noi, in piccolo, sta accadendo in alto, c’è una grande evoluzione: i Maya chiudono il loro calendario Aztochi con un’immagine della Terra che si trova a formare una santa croce con l’energia che viene dal centro della galassia; ciò ha il significato di una grande apertura di luce e di rinnovamento spirituale. Questo è stato il 2012, simbolicamente, non la fine del mondo ma l’inizio di uno nuovo.

Gli ideali dei Nativi Americani sono molto vicini al fenomeno dell’entanglement quantistico, studiato dalla nuova frontiera della scienza. Ci può spiegare come tale principio veniva interpretato da questo antico popolo?
Chiaramente, i Nativi Americani non sapevano nulla della fisica quantistica ma erano dei grandi fisici quantistici perché si erano resi conto che l’entanglement, il reticolo, ciò che fa sì che le informazioni vadano da tutte le parti e quindi che se io sono positivo qui, è positivo anche lui là, lo esprimevano con due semplici parole con le quali chiudevano e chiudono tutt’ora le loro preghiere, ossia "
mitakuye oyasin" che vuol dire "a tutti i miei parenti". Quello che io chiedo al Grande Spirito o il ringraziamento che io do a Madre Terra per quello che ricevo, lo dono a tutti i miei parenti, non soltanto a livello umanistico ossia agli esseri umani, ma a tutti i miei parenti: gli alberi, l’erba, i fiumi, gli animali, gli alati, gli insetti, perché mi rendo conto che se esiste tutto ciò che mi circonda, c’è un senso in ogni cosa e tutto è correlato.
Oggi sappiamo che le formiche sono essenziali perché reggono l’humus, lo strato della terra a contatto proprio con la pelle di Madre Terra; gli insetti sono i più importanti, le api stanno scomparendo. Einstein disse "il giorno che scompariranno le api avrete 4 anni di vita", e stanno scomparendo a causa dei pesticidi e di tutte le porcherie che buttiamo nell’aria. Questo è vedere nell’altro lo specchio di quello che sono io, facciamo parte di un unico continente che è la Terra ed ogni morte mi diminuisce per cui non mi chiedere per chi suona la campana, perché la campana suona per te. Quindi, io sono correlato a tutto ciò che mi circonda, nel bene e nel male; il mio pensiero, che noi oggi chiamiamo positivo, cioè l’espressione di un amore incondizionato verso tutto ciò che mi circonda, fa sì che questo amore si amplifichi così come, negativo, fa sì che questo sentimento distrugga tutto ciò a cui sono correlato.

La musica ed il ritmo utilizzati dai Nativi Americani durante le danze cerimoniali, indicano la grande importanza da loro attribuita alla vibrazione sonora quale mezzo di guarigione e di elevazione spirituale. Diversi fisici e musicisti hanno dimostrato l’influenza della vibrazione sonora sulla materia. Ci può spiegare meglio il valore della musica e del suono per questo popolo e come tale valore è correlato agli esperimenti condotti attualmente?
Mi rifaccio ancora al grande Alce Nero che è uno wicʿaša wakano che stimo molto e che ci ha lasciato memorie scritte, dettate, che ognuno di noi può consultare. Dice "il tamburo è così importante nei riti perché è di forma circolare quindi rappresenta tutto ciò che mi circonda, la Creazione ed il suo suono è il battito cardiaco del Grande Spirito, il battito della Terra è il battito di tutto ciò che mi circonda, dell’Universo". Ora, i Maya dicevano che il centro della galassia si chiama "Hunab Ku" ed è una farfalla galattica ma è anche il grembo di una Madre sempre gravida perché da lì escono galassie, costellazioni, stelle, tutto ciò che serve ad ingrandire e a dare ancora più spazio all’Universo.
Nel 2005, la rivista "Nature", in America, ospitò un articolo scritto da autorevoli studiosi in cui si diceva che strumenti sofisticatissimi avevano registrato una sorta di battito cardiaco che proveniva dal centro della galassia, che era ritmico e che chiamavano borbottii dal cuore della galassia. Quindi, gli antichi sapevano che la musica e la vibrazione sono importanti perché la percussione ritmica del tamburo, la recitazione ritmica dei mantra, dei sonagli, il digiuno, stimolano l’ipofisi a produrre una sostanza che si chiama dimetiltriptamina, ovvero DMT, che ci aiuta a raggiungere stati di autoguarigione, di consapevolezza, sogni vividi e tutte le facoltà ESP, extrasensoriali che oggi consideriamo, ormai, un fatto e non più un qualcosa di misterioso, come la telepatia, la chiaroveggenza, ecc. Quindi, stiamo entrando in una sfera che fa parte dell’antico ma che oggi la scienza scopre essere "il moderno".

A proposito del concetto di Uno, diversi scienziati moderni stanno cercando di provare l’importanza del pensiero nella nostra realtà, questo dimostra concretamente che tutto è interconnesso?
Dimostra che io, col pensiero, posso creare tutto e gli antichi lo sapevano. Prendiamo, per esempio, gli Esseni, nei pochi frammenti che ci restano del loro Vangelo si dice che colui che prega per la sua vita la perderà. Nei vangeli sinottici, i nostri Vangeli, c’è scritto " qualunque cosa chiederete con Fede, vi verrà data". Ciò significa che io non posso chiedere esprimendo un pensiero limitante, tipo: "mi manca il lavoro, fammi trovare il lavoro!", in quanto in questo modo focalizzo la mia attenzione sul negativo. Devo, invece, affermare con fede, sentimento ed emozione - tre carburanti straordinari - partendo dal presupposto che elimino la paura del problema, "ti ringrazio per il lavoro che ho, grazie per la compagna che mi hai mandato, grazie perché vivo nell’abbondanza!". Se concludiamo la nostra preghiera dicendo "speriamo", ci siamo fregati, mentre se lo diamo per scontato, avverrà!
Non in tempi brevi forse, perché non è detto che il nostro Karma sia fatto di risposte immediate, ma se abbiamo una fede incrollabile, come diceva Gesù "anche voi potete fare questo se credete", riusciremo veramente ad arrivare a tale risultato: questo è il pensiero che crea. Ricordiamo che il nostro cervello è utilizzato solo per il 5-8% delle sue facoltà e che giungono a noi ogni secondo 40 miliardi di informazioni ma ne vediamo 2000 le quali sono, perlopiù, connesse all’ambiente circostante. Nel momento stesso in cui riuscissimo ad ampliare con il pensiero positivo il nostro orizzonte, potremmo arrivare ad espandere la nostra conoscenza. In questo momento siamo 7 miliardi, ognuno di noi ha una visione del mondo diversa dall’altro, abbiamo 7 miliardi di mondi diversi perché noi siamo gli osservatori che creiamo col nostro pensiero ciò che ci circonda, questo è il bello: il Grande Spirito, Wakantanka, crea l’unità di tutte le cose esprimendole attraverso le diversità.

Quindi, se non c’è separazione tra gli esseri umani, come la fisica quantistica dimostra, il pensiero condiviso può condurre alla formazione di una massa critica in grado di migliorare la nostra realtà?
Direi proprio di sì, sono stati fatti esperimenti in questo senso. E’ stato riscontrato che se l’1% della popolazione mondiale, quindi 60-70 milioni di persone, nello stesso momento, pregasse per la pace, per la cessazione della guerra in un certo luogo, otterrebbe la pace. Questa è la famosa leva di Archimede con la quale si solleva il mondo. La massa critica opera tramite il pensiero positivo, il numero di coloro che pensano che il mondo possa essere cambiato sta aumentando, c’è sempre più consapevolezza che possiamo e dobbiamo farcela. Credo che ci arriveremo e che saranno proprio i popoli arcaici, i più poveri, quelli che oggi abbiamo relegato a vivere all’ombra della nostra opulenta civiltà, i primi a comprendere attraverso la loro forza, il loro sentimento, il loro amore per ciò che li circonda, che questo si potrà fare.

Qual è il suo concetto di morte e di spiritualità, anche in relazione a ciò che affermavano le antiche culture come i Maya e i Nativi Americani?E’ d’accordo sul fatto che più passa il tempo più le persone si convincono che la Morte non esiste?
Un grande guerriero, un valoroso Rapao, Kayowa, Siou, che si fosse trovato ad un certo momento al cospetto di un avversario per fare un duello, avrebbe potuto rifiutare se non avesse indossato i suoi abiti migliori perché l’indiano considerava che, nell’eventualità avesse perduto il duello e fosse morto, non avrebbe dovuto presentarsi al cospetto del Grande Spirito così misero, così disadorno, così spoglio dei suoi ornamenti migliori. In quel caso avrebbero stabilito di vedersi il giorno dopo e sarebbero arrivati agghindati nei loro abiti migliori perché quello sarebbe stato un buon giorno per morire. Questo la dice lunga sul fatto che il Nativo Americano, come altri popoli arcaici, aveva un concetto stoico dell’esistenza, considerava la vita un dono meraviglioso soprattutto quando si vive in armonia con la Creazione, con tutto ciò che ci circonda. Però, morire non è un dramma perché non è la fine, è la continuazione di un viaggio.
Basti pensare alla malattia: c’è una ragione per cui ci ammaliamo e quindi c’è una ragione per cui dobbiamo guarire, perché dobbiamo metterci in relazione perfetta con tutti gli altri anelli della Creazione. Questo senso di umiltà sconfigge la paura della morte che è l’ultima malattia; sappiamo già che perderemo quella battaglia ma non abbiamo più paura perché la morte, in realtà, non è la fine della nostra vita è la sua continuazione in un’altra dimensione, in un altro piano, con una trasformazione della mia energia. Ragion per cui il Nativo Americano dava grandissimo valore alla vita e piangeva i suoi morti come lo facciamo noi, con grande dolore ma, nello stesso tempo, era consapevole del fatto che, varcando quella soglia, sarebbe arrivato a vivere una vita più grande al cospetto della reale unità di tutte le cose così come sono prima che vengano espresse materialmente.
Credo che la paura della morte stia a poco a poco abbandonando anche noi. Ormai se ne parla da molto e questo senso di trapasso, non più visto in modo traumatico, comincia a mettere le sue radici. Quello che ancora fa male a tutti noi è il dolore per la malattia, per la perdita inaspettata; però c’è ormai una diversa presa di coscienza della paura del "morire", morire è soltanto "muoverci in un’altra direzione".

Lei crede che l’Informazione ubbidisca ad un sistema d’interessi a monte che cerca di mantenere l’umanità nell’ignoranza rispetto alla verità ed alla natura dell’uomo?
Penso che in massima parte i media operino in questo senso: meno si conosce e più è facile, attraverso la paura e la cattiva informazione, tenere sotto controllo la massa; al contrario, più si sa e più la massa prende coscienza del fatto che il sistema le ha sempre mentito e quindi è chiaro che questo è lo scopo del potere. La vera conoscenza è nel ricordare le cose e nel trasmetterle per quello che sono, perciò c’è anche una grande controinformazione che è la vera informazione. A tal proposito, in tutti i popoli arcaici di qualunque parte del globo esiste la figura dei contrari. I nativi americani li chiamavano Eyok che è il contrario della parola Okay. L’eyok esprimeva tutto il contrario di ciò che, apparentemente, si vedeva, questo per dimostrare che la realtà ha due facce pur essendo un’unica medaglia. Oggi c’è la controinformazione che vuole far sì che il cover up, la copertura della notizia, il depistamento vengano conosciuti. La vera informazione, oggi, è fare controinformazione e fornirci le notizie per quello che realmente sono. E questo accade perché viviamo nel torpore, nella continua idea che tutto ciò che ci viene detto, sia giusto.
La direzione in cui, comunque, stiamo andando è sempre più un’apertura mentale, oggi non siamo più soddisfatti di quello che ci viene detto e trasmesso perché ci rendiamo conto che tutto ciò su cui è basata la nostra cultura, il nostro sistema, la nostra società occidentale, fa acqua da tutte le parti e non ci basta più, quindi cominciamo a credere al suo contrario. Stiamo diventando tutti Eyoka, è anche questo il senso del 2012: cominciare a prendere coscienza che dobbiamo agire in base ai nostri pensieri, alla nostra consapevolezza e non più a ciò che ci viene indottrinato.

Cos’è per Lei la bellezza della vita?
Il popolo dei Navajo, erroneamente chiamato Navajo perché in realtà, si chiamano Diné, ha un’espressione con la quale si riesce veramente a capire qual è il loro concetto della vita, che è "lt Hozoogo naninace doo" il cui significato è "camminare nella bellezza". E’ difficilmente traducibile, queste parole non ne danno la reale compiutezza, il reale senso. "Camminare nella bellezza" vuol dire uscire dal caos ed entrare nell’ordine che è l’armonia delle cose, quindi essere una parte, benché separata, di tutto il resto. Non avremo mai mille foglie dello stesso albero una uguale all’altra, ma faranno tutte parte dello stesso albero. Non ci saranno mai 1000 trote una uguale all’altra, ma saranno tutte parte del popolo delle trote, quindi io sono parte del popolo degli uomini ma sono anche un’entità disgiunta dagli altri e il mio "camminare nella bellezza" vuol dire ammirare compiaciuto questa perfezione di cui faccio parte, questo disegno maestoso che è la vita.
La bellezza è questo: dare ordine al disordine mio se non comprenderò che questo è il vero senso della vita, per cui vuol dire vivere la vita che è anche dolorosa ma sapendo che fa parte del cerchio delle cose e che è la mia scelta, la scelta che ho fatto prima di venire in questa realtà e calarmi, quindi, dal mondo dello spirito nel mondo della materia. Questo vuol dire apprezzare la bellezza della luce, del sole, degli alberi, la freschezza dell’acqua, del buon cibo, dell’amore, della reale sostanza della vita che è  la gioia della vita di sempre, di tutti i giorni. I Diné dicono: "cercate di vivere nell’accettazione del dolore perché c’è un senso, dovete capire che anche quello fa parte della vita, perché vi farà apprezzare di più il piacere quando sarà finito il dolore e cercate invece di vivere fino a tarda età apprezzando il magico disegno di cui fate parte e di cui siete una porzione indisgiungibile perché siete parte di un tutto e questo tutto è la vita che vi circonda". Quindi, buon viaggio, questa è la vita, cercate di renderla per quello che è: un dono meraviglioso.

Grazie Enzo per queste parole e per la sua disponibilità, questo incontro rimarrà per noi indimenticabile.


Nato a Genova, consegue la laurea in Filosofia con una tesi in lingua inglese sulla spiritualità dei Nativi Americani delle Grandi Pianure. Comincia la sua brillante attività artistica nel mondo dello spettacolo negli anni ’60 come musicista, cabarettista, attore televisivo e cinematografico diventando l’indiscusso protagonista della nuova comicità nata negli anni ’80. Autore di numerosi libri e documentari, partecipa attivamente per diversi anni alla sacra Danza del Sole e ad altri significativi riti spirituali dei Nativi. Da questi ultimi riceve i suoi due nomi indiani e due penne di aquila, il loro simbolo spirituale più elevato. Conduce da più di un decennio conferenze e seminari in Italia e all’estero sulle culture dei Nativi Americani e dei Maya, sui cerchi nel grano e sulle popolazioni extraterrestri.

Torna ai contenuti